La fine di una storia

Era il 1969. L’uomo era arrivato sulla luna, io invece arrivai, nel mese di ottobre, nell’istituto M.L.Formosa.
Suonammo il campanello sembrava un posto disabitato,nessuno alle finestre, il cancello grandissimo o io ero ancora una bambina, mi accompagnò mia sorella la più grande,una valigia o delle borse che strano non mi ricordo…
Lungo il vialetto che portava al vero ingresso,un portone in legno massiccio e non contenti alle spalle c’era anche un portoncino in alluminio anodizzato…portone portoncini cancelli che dietro di noi si richiudevano e in fondo al cuore un tonfo sordo di malinconia, alla vita passata ormai persa e mai più recuperata, iniziava così la nuova vita nel nuovo collegio rinomato ,ma comunque prigione della mia infanzia.
Mi accolse una suora non tanto alta, aveva un viso dolce che ci fece accomodare in una stanza dove c’era il telefono,su di un tavolinetto un salottino di colore verde,un tavolo tondo e un mobile che non ho mai saputo cosa contenesse,e nell’angolo una sedia a dondolo sempre di colore verde.
Era bello questo nuovo collegio era ben tenuto e ben arredato e poi era luminoso rispetto al collegio che avevo lasciato…ma non era bello come casa mia, anche se ora era silenziosa senza più la mia mamma!
Definiti i dettagli dove spiegavano che le visiti erano ogni prima domenica del mese restai da sola con una suora che arrivò a prendermi salutai mia sorella,non ricordo neppure se piansi o se le lacrime scendevano in gola, come spesso mi capitava,avevo imparato a piangere a secco direbbero i ragazzi di oggi!
Fui portata su in una camerata appartenevo al gruppo delle grandi,situata al secondo piano,una stanza grande con 12 letti e 12 comododini tutti uguali a me toccò quello vicino alla porta,c’erano due balconi che davano sulla balconata lunga e potevo scorgere fiero Monte Castello, e gli archi del convento dei cappuccini e alla mia destra se cercavo bene c’era la casa di mia sorella, almeno mi sarei sentita meno sola.
Per accedere alle camerate usammo le scale di marmo bianco, però mi fu spiegato che per accedere al refettorio dovevamo utilizzare le scale nere di piperno, molto più strette,ma ben tenute anche se secondarie.L’atrio delle scale era enorme sempre e solo perchè io ero piccola,ma sul muro una quadro enorme mai visto di quelle dimensioni che incuteva timore se non proprio paura rappresentava una donna che ostendava la testa decapitata di un uomo, inquietante,ma non lo guardai più di tanto…
Mi mostrò i bagni ne erano non ricordo bene se 8 o 10 poi accanto un’altra stanza enorme con tanti lavabi con specchi e ad un lato le docce mi sembra ne erano 5 o 6
Non ricordo l’incontro con le ragazze è tutto così lontano quasi cancellato…perchè?
C’erano ragazze molto più grandi di me,venivano da diverse città alcune le conoscevo perchè le avevo studiate in geografia,ma non le avevo mai visitate, Mi ricordo di Anna Maria ricordo i cognomi ,ma non li scriverò, mi prese quasi sotto la sua protezione, ma non ho mai capito perchè, visto e considerato che spesso per causa sua in seguito, ne ho preso di botte e castighi. Ricordo Concetta e Rosaria, avevano lo stesso cognome erano di Torre del Greco ma non erano parenti, Annamaria di Salerno anch’essa capelli lunghi neri buona per nulla invadente anche lei come Anna Maria frequentavano il magistrale, poi c’era Carmela mi somigliava un pò e poi Giovanna rideva sempre era anche lei di Cava invece Carmela era di Trentinara.
Alle 18.30 ci riunimmo nel refettorio che era attiguo alla cucina tanti tavoli gialli e verdi lavabili con sedie uguali e ogni tavolo aveva un cassetto con 4 scompartimenti per mettere le posate personali e il tovagliolo poi col tempo capiì meglio l’uso di quel cassetto.
La mia biancheria personale la dovetti depositare in laboratorio e lì conobbi suor Elisabetta e suor Marcellina.
Suor Elisabetta non so quanti anni avesse ,nessuna ruga solcava il suo volto,non era molto simpatica voleva che attaccassi il numero sulla mia biancheria, ci provai come sempre controvoglia, così decisero che il numero 42 l’avrebbe cucito suor Marcellina piccina picciò, avanti negli anni, vocina stridente da persona anziana, non voleva essere toccata in viso e tutte le ragazze pur di far dispetti la infastidivano!
La superiora a quei tempi era Madre Edmonda più alta di me fredda con voce tonante e per niente materna, la sua vice era suor Aurora e poi la suora che mi portò su in camerata era suor Giovanna, le ragazze più grandi la chiamavano Pizzaballa perchè quando camminava sembrava dondolasse e poi sapeva giocare a pallone. Ricordo che nelle partite mi mettevano sempre contro di lei, ero l’unica che riuscivo a contrastarla infatti mi chiamavano buldozer se tiravo una spinta l’ospedale te l’eri assicurato! 😀
La scuola non era all’interno quindi la mattina uscivamo per andare alle scuole medie, le più grandi andavano al magistrale e le piccole restavano in collegio perchè le elementari erano ospiti del collegio.
Le scuole erano situate al secondo piano e di pomeriggio alcune venivano usate da noi per i compiti pomeridiani e dalle semiconvitto (le ragazze che tutte le sere rientravano in famiglia.)
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Oggi lo rivedo così, potrei scrivere ancora tanti ricordi,ma questa foto mi stringe l’anima e allora come sempre inizi il tuo viaggio nella fantasia e immagini di poterlo comprare quel luogo,così una parte di te resterebbe con te per sempre.
MT anche se tu non potrai mai comprare quella struttura il tuo passato continuerà ad essere e anche se ripeti tutto quello che ami ti lascia, non è la verità inizia solo un tempo nuovo e come tale difficile da essere amato immediatamente nella vita i colpi di fulmine sono più difficili proprio perchè la propria vita è un colpo di fulmine stupendo solo quando avrai il tempo per ricordare…!
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